giovedì 9 agosto 2012

Il pavimento cosmatesco dell'Abbazia di San Nilo a Grottaferrata


I RESTI COSMATESCHI DELL’ABBAZIA DI SAN NILO A GROTTAFERRATA


Se provate a fare una ricerca in internet, ma anche nei principali libri d’arte ed enciclopedie, sui resti delle opere cosmatesche oggi preservate nell’abbazia di San Nilo a Grottaferrata, probabilmente rimarrete molto delusi per via dell’esiguità delle informazioni. In effetti, a causa della totale mancanza di una specifica documentazione storica che attesti sia il passaggio dei marmorari romani, o di altra regione, in quel luogo, sia le vicende che le loro opere subirono nel corso dei secoli, è difficile poter dire qualcosa di più di una superficiale descrizione di quanto rimane del mirabile arredo musivo e architettonico medievale. Così, è facile che il lettore oggi trovi solo frasi del tipo “delle opere medievali si conservano solo una parte dell’originale pavimento cosmatesco nella chiesa di Santa Maria e alcuni resti dell’arredo liturgico”. Non ci credete? Facciamo un esempio che forse vale per tutti: ecco come scrive L. Morganti nel suo autorevole articolo sull’Abbazia di Grottaferrata pubblicato nell’Enciclopedia dell’Arte Medievale Treccani nel 1996: “al 1282 (Andaloro, 1983, pp. 255-256, n. 28) risalgono invece l'innalzamento della navata e un restauro della chiesa, comprendente anche il pavimento cosmatesco, conservato ancora oggi nella zona del presbiterio e nella navata centrale”. E questo è quanto! Non così, ovviamente per le altre opere, come il mosaico nella lunetta del portale, o delle strutture architettoniche che invece vengono descritte con maggiori dettagli.  Dalla frase riportata da Morganti, sembra che insieme ad Andaloro concordino nel datare l’innalzamento del piano della navata, e di conseguenza il pavimento cosmatesco conservato nella navata centrale, al 1282. Chi conosce bene la storia dei Cosmati e dei marmorari laziali o campani, non può accettare questa tesi perchè il 1282 è un anno che sta troppo avanti rispetto alle caratteristiche stilistiche mostrate dalla porzione di pavimento cosmatesco nella navata centrale. Ma di questo parleremo tra poco.
L’unica autrice che ha dettagliato sull’argomento è, a mia conoscenza, Dorothy Glass, dalla cui opera Studies on Cosmatesque Pavements, pubblicata nel 1980, non si può prescindere per ogni analisi, studio fattivo e ipotesi che riguardino i pavimenti cosmateschi. E sarà per noi come la bibbia degli archeologi, l’Iliade di Schliemann per la scoperta di Troia. Ma prima di Glass, altri autori hanno descritto nei particolari la storia della “Badia di Grottaferrata” e le difficoltà nel ricostruirne le vicende storiche e soprattutto architettoniche dovute agli innumerevoli interventi subiti a seguito di danni per eventi calamitosi e distruzioni di guerre è nettamente ravvisabile nelle chiare parole di A. Rocchi (La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, 1884 pag. 52): “Dopo le mille variazioni sostenute nel decorso di otto secoli e mezzo, è malagevole assunto il darne una vera descrizione”. Lo stesso autore, a pag. 58, così accenna ai resti del pavimento cosmatesco: “Oltre a cotesto sfoggio di pittura e di mosaico ad immagini, quest’epoca, od altra a lei prossima (fine XII, inizio XIII secolo, nda), ci segnala un grande sfarzo di mosaico ad ornato, come in altari, così in pavimenti e spesso in stile vermiculato bizantino. Dei quali si possono vedere buoni avanzi nonché dentro il presbiterio, o solèa del vima, e sotto la predella dell’altare di San Nilo, ma nel mezzo della chiesa rasente la balaustrata, sul quale strato era, come sempre, il cosiddetto coro grande, appunto innanzi i cancelli oggi sostituiti dai balaustri. Tra questo tessellato e la porta aurea giace in piano un disco, di quei che nel medio evo si dicevano rotae, di m. 2,50 di diametro tutto di porfido, che dicono fosse già d’un sol pezzo, poscia screpolato a bella posta, chè i Francesi della prima Repubblica pansavano tòrlo via. Di presso vi avea nel 1300 anche il grand’ambone o suggesto pel canto del sacro Vangelo, e se ne conservano dei frammenti”. Cesario Mencacci, nel 1875, non aggiunge nulla di nuovo nel suo libro Cenni storici della Badia di S. Maria di Grottaferrata, dicendo che “il pavimento della Chiesa era, come ancora osservasi, messo inverso l’altare a musaico di marmi con un di quei lavori vermicolati, che diconsi di opera alessandrina; e presso la porta è coperto da un gran disco di porfido di molto prezzo”. Come dicevo prima, chi ha scritto di più sui resti cosmateschi della badia di Grottaferrata è Dorothy Glass ed anche lei rimarca il fatto che nessuno ha mai scritto in dettaglio sullo specifico argomento. In quattro righe ripercorre la cronologia principale degli eventi che trasformarono la chiesa e questi possono riassumersi come segue: fu consacrata nel 1205 e in seguito distrutta dalle truppe di Roberto il Guiscardo e del Barbarossa; l’abbazia fu abbandonata tra l 1163 e il 1191. Nel 1577 il Cardinale Alessandro Farnese fece eseguire un totale rinnovamento distruggendo l’abside medievale con uno nuovo. Nel 1754 il Cardinale Gianantonio Guadagni eseguì un altro totale rinnovo dell’interno della chiesa. Altri restauri furono eseguiti nel 1910 e nel 1930. Secondo Glass, il rettangolo pavimentale che si conserva al centro della navata è l’unico resto originale dell’antica schola cantorum che si trovava in quell’area e rappresenterebbe stilisticamente le innovazioni introdotte dai marmorari romani della famiglia di Giovanni Ranuccio nella metà del XII secolo, derivate dai pavimenti bizantini di cui si vede qualche esempio nella chiesa di S. Giovanni in Studion e nel monastero di Iviron sul Monte Athos. Infine, tenta la datazione scrivendo: “Sembra che la delicatezza del lavoro sia più riferibile al XIII  che al XII secolo”. I resti di lastre musive che si trovano oggi nel pavimento del nartece, davanti all’ingresso della chiesa, vengono associati al rettangolo pavimentale della navata, ma Glass avanza l’ipotesi che tali pezzi siano solo il resti di uno smantellato ambone e dell’antico arredo persbiteriale, piuttosto che parti del pavimento originale e ricorda che altri pezzi simili sono conservati nel museo dell’abbazia. Inoltre Glass mette in evidenza nella nota 5 che da antiche foto si può vedere che i frammenti oggi inseriti nel pavimento del nartece, nel XIX secolo si trovavano attaccati nel muro del cortile del monastero.
Esaurite le notizie di archivio, tocca a me dire qualcosa di nuovo. Il riquadro pavimentale che sta nel centro della navata ha conosciuto la stessa sorte toccata alla maggior parte dei pavimenti cosmateschi romani, del Lazio e della Campania. Può darsi che sia un riquadro che in origine stava in quel luogo, ma la notizia che nel 1282 si ebbe un innalzamento della navata della chiesa, è una dimostrazione chiara che tutto l’antico pavimento cosmatesco (si, perchè quello originale risale certamente a prima del 1282, nella mia opinione a un’epoca compresa tra il 1160 e il 1210) dovette essere spicconato, o demolito, quando non distrutto dalle devastazioni calamitose e belliche. Lo stato del riquadro, nei dettagli, mostra le stesse caratteristiche dei pavimenti romani ricostruiti tra il XVII e il XVIII secolo. Ovviamente deve trattarsi di una ennesima ricostruzione dato che il pavimento originale fu distrutto nel 1282. Ciò risulta chiaro da alcune caratteristiche comuni con gli altri monumenti che hanno subito la stessa sorte, come l’impiego di fasce marmoree bianche frammentate, di diversa tipologia ed epoca; dal superficiale lavoro di intarsio del tessellato cosmatesco; dalla mescolanza di motivi geometrici su una stessa linea musiva; dalla diversità delle tessere musive impiegate in quanto formate da una parte di materiale originale riusato e da una parte più moderna introdotta nei vari restauri; dalla importante constatazione di assenza pressoché totale della simmetria policroma nella disposizione musiva delle tessere, condizione essenziale dei lavori cosmateschi originali, e via dicendo. Sebbene Glass associ il motivo di “girale cosmatesca” che avvolge i dieci dischi di porfido del riquadro pavimentale, alla famiglia dei Ranuccio, io ravviso che tale disegno era comune anche nella famiglia di Iacopo di Lorenzo, come dimostrano i molti elementi simili nelle loro opere. Le fasce marmoree bianche spesso sono leggermente ricurve, e il piano del tessellato ne risulta a tratti ondulato; caratteristica comune al pavimento cosmatesco del Sancta Sanctorum al Laterano, secondo le mie ipotesi ricostruito nel XVI secolo. Lo stile classico romano di queste girali “cosmatesche”, riferibili alla componente locale romana, esclude l’influenza bizantina e cassinese nel riquadro di Grottaferrata, segno che i marmorari romani furono chiamati a lavorare qui, forse al tempo in cui transitò spesso nel monastero papa Innocenzo III, che fu uno dei più importanti mecenati dell’arte cosmatesca. La grande ruota di porfido, ora in frammenti, è ultimo fedele testimone, invece, della grandiosità delle opere cosmatesche che un tempo ornavano questa chiesa.

Per la galleria fotografica visita:
http://cosmati.wordpress.com 


giovedì 19 luglio 2012

Il pavimento cosmatesco della cattedrale di Civita Castellana: la storia, l'analisi, le nuove ipotesi.





Il nuovo libro di Nicola Severino.
La storia, l'analisi, le nuove ipotesi su un pavimento considerato tra i più importanti e largamente originale. Attraverso la documentazione storica e soprattutto grazie a ciò che l'occhio allenato dell'autore riesce a leggere nello stato del pavimento, nella sua tipologia stilistica, i simboli, i colori, e l'assetto odierno, mettendolo in relazione con i pavimenti cosmateschi di Roma e del Lazio, l'autore riesce a formulare nuove ipotesi.

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=842097

http://www.youtube.com/embed/8jMwtW-Xqww

venerdì 11 maggio 2012



IL PAVIMENTO COSMATESCO DELLA
CATTEDRALE DI ANAGNI

La nuova edizione appena pubblicata (maggio 2012)

Nicola Severino, ha condotto delle analisi approfondite sul luogo, scoprendo dettagli nella cripta di San Magno che hanno permesso di formulare nuove incredibili ipotesi sul pavimento stesso, ritenuto dagli studiosi uno dei pochi originali cosmateschi.
Vedi l'anteprima su http://cosmati.wordpress.com 
e su  http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=797796

Il Pavimento Cosmatesco della Cattedrale di Anagni
La storia, l'analisi, le nuove ipotesi
2° Edizione, Roccasecca 2012

Il pavimento musivo, in opus tessellatum della cattedrale di Santa Maria in Anagni è un monumento tra i più importanti al mondo nel suo genere. Esso è forse uno dei pochi, se non l'unico ad essere stato "firmato" dal maestro, Cosma, che lo fece circa l'anno 1227. Ma nella cattedrale, esiste un secondo pavimento che per certi aspetti è anche più importante del primo perchè considerato dagli esperti "largamente originale": quello della cripta di San Magno nella stessa cattedrale. Il libro si propone di dare una visione diversa rispetto alle opinioni attuali circa questo monumento che per la sfrontatezza delle ipotesi, costruite sulla base di solide osservazioni dei caratteri stilistici e di altri importanti dettagli osservati di recente dall'autore, non mancherà di sorpredere il lettore, conducendolo lontano dai luoghi comuni che da sempre sono stati come un "passaparola" tra chi si è occupato dell'argomento, senza mai indagare veramente a fondo nella ricerca di dettagli che ne sconvolgessero la storia e la stessa identità. L'autore così si esprime: "Io stesso ho avuto difficoltà nel credere alle incredibili soluzioni che si presentavano di volta in volta che mettevo insieme i dettagli osservati per ricostruire una visione complessiva, come in un puzzle scomposto. Quando non ho potuto fare a meno di dichiarare "plausibile", fino a prova contraria, la mia ipotesi principale sul pavimento della cripta di San Magno, ho dovuto chiedere un colloquio con l'attuale responsabile ai Beni Culturali del Capitolo della Cattedrale per avere un suo parere; ed egli mi ha risposto che al di là di come stanno le cose, se le ipotesi formulate sono basate su osservazioni contestualizzabili e verificabili, si deve avere la forza ed il coraggio di farle conoscere al grande pubblico. E così ho fatto, ed ora la storia del pavimento cosmatesco di Anagni, potrebbe essere definitivamente cambiata".

martedì 3 gennaio 2012

Studies on Cosmatesque Pavements

E' arrivato! Può sembrare strano che l'arrivo di un libro dagli Stati Uniti possa essere motivo di euforia, ma in questo caso la tensione nell'attesa e la gioia nel riceverlo e saperlo salvo, "arrived safely" come dicono gli inglesi, senza essersi perso nei meandri delle spedizioni dei pacchi del periodo natalizio, diventa gioco forza motivo di soddisfazione. In realtà, prima di ordinare l'unica copia usata in vendita esistente al mondo di questo introvabile Studies on Cosmatesque Pavements di Dorothy Glass, ho avuto diversi dubbi tra cui il più forte e fondato era proprio quello dell'incertezza di vederlo arrivare sano e salvo a casa in un periodo, quello delle feste natalizie, in cui è risaputo che le Poste Italiane sono messe a dura prova. Questa copia, che presenta una leggerissima ripiegatura su tutte le pagine causata da un "trauma da colpo" nello spigolo destra alto del volume, un come accade alle pagine dei quaderni dei bimbi dell'asilo che poi fanno le "orecchie" e un consunta dai 32 anni che ormai vanta di vita, l'ho acquistata al prezzo di 100 dollari americani, ma ho dovuto aggiungerci quasi la metà di spese di spedizione!
Perchè l'ho acquistato? Cosa mi ha convinto a farlo?
In realtà, ai primi di dicembre avevo già preso appuntamento con la Biblioteca di Storia dell'Arte che è a Palazzo Venezia a Roma dove si conserva una delle quattro copie di questo libro esistenti in Italia (con la mia ora fanno 5!), per visionarlo e possibilmente fotografarlo o fotocopiarlo. Insomma, a me serve leggerlo averlo a disposizione per studiarci, per confrontare le tesi, le notizie sui pavimenti cosmateschi. Poi, ripensandoci, e dopo aver preso informazioni sulle possibilità di riprodurlo ridotte al solito 15% del volume, che tra l'altro già avevo grazie alle fotocopie di una studentessa di architettura che mi aveva contattato per degli studi specifici sull'argomento, ho capito che forse avrei dovuto cercare di fare questo passo, cioè di prendere una copia originale del libro. Se avevo visitato tanti luoghi, al costo di tanti sacrifici, soldi spesi e tempo dedicato alle ricerche, allo studio e composizione dei già dieci volumi che ho prodotto sull'argomento, significava questo passo era ormai d'obbligo. Anche perchè questo libro dopo 32 anni è ancora attualmente il solo volume che tratta in modo esclusivo, specifico, dei pavimenti cosmateschi dell'Italia centrale e soprattutto quelli di Roma. Mi occorreva per tanti motivi: per avere il quadro completo delle informazioni tecniche e bibliografiche, per conoscere in dettaglio le tesi di Glass su ciascun monumento musivo, perchè è un libro citato da tutti gli studiosi fino ai nostri tempi, perchè in questi decenni è diventato il best-seller, il manuale, la bibbia dei pavimenti cosmateschi, nonostante sia solo la tesi dattiloscritta di una studentessa inglese di Storia dell'Arte, pubblicata sotto gli auspici della sua università.
Non so perchè sia toccato a me, oggi, sfatare i luoghi comuni che questo volume ha tramandato alle generazioni di studiosi successivi dell'argomento cosmatesco; non so perchè debba essere io, oggi, il solo ( o primo ) italiano a riscrivere in modo completo la storia dei pavimenti cosmateschi in Italia (di recente l'ha fatto in modo parziale e generale Paloma Pajares Ayuela nel suo Cosmatesque Ornaments... del 2002, ma è in inglese e non approfondito come dovrebbe essere), mentre Luca Creti ha trattato l'argomento (In Marmoris arte periti... 2010) solo per quanto riguarda alcuni monumenti pavimentali specifici.
Il libro di Glass è, quindi, ancora oggi un monumento unico e ancora da scoprire nei dettagli; una fonte di informazioni preziosa e introvabile.
Certo, sarei potuto andare due o tre volte a Roma, alla biblioteca predetta per farmi scansionare (le fotocopie non le fanno più) e mettere sulla pennetta il 15 % del libro ogni volta, se avessero concesso di farlo, ma mi sarebbe costato di più che comprare la mia copia! E avrei avuto solo delle sbiadite immagini da visionare solo al computer.
Perciò, adesso che posso sfogliare il mio libro cartaceo, l'originale, anche se una copia usata, ma tutto sommato, in ottimo stato, sono contento di averlo acquistato. Ci voleva. Era un traguardo obbligato. Una via della conoscenza forzatamente da percorrere a piedi e lentamente, ma con spirito di libertà e sete di conoscenza. L'ho ordinato tramite Amazon.com alla "myopicbook" americana, di cui non avevo mai sentito parlare prima. Dopo un veloce e preciso scambio di mails (in America ti rispondono dopo 5 minuti alle mails non come in Italia che nei casi fortunati accade dopo diversi giorni, mentre, per esperienza personale, da molti non ho mai avuto nemmeno risposta!), mi sono rassicurato sulla serietà del venditore, il feedback era al massimo, il sito web lasciava ben sperare...così ho fatto "click" su acquista. Il superpacco è arrivato, come previsto da Amazon, tra il 22 e il 30 dicembre esattamente la mattina del 30, con una "tassa aggiuntiva" di 10 euro sull'acquisto, dato che è arrivato tramite corriere SDA. Il paccone sembrava contenere un videoregistratore gigante, invece dentro c'era solo il libro della Glass che per quanto di 240 e passa pagine, è un volume di 3 cm di spessore e formato A4.
Chi studia con passione queste cose, può immaginare l'emozione e la gioia nell'aprire il pacco ed avere tra le mani finalmente questa preziosa opera le cui pagine, leggermente sbiancate dal tempo, odorano già di libreria antica...
La copertina di cartoncino morbido color rosso antico, come i porfidi dei pavimenti cosmateschi, ha solo il titolo in caratteri giganti, il nome dell'autrice e sotto l'edizione BAR International series 82, 1980.
Alla copertina è attaccata quasi per un quarto la seconda pagina che mostra al centro solo un angioletto che suona la tromba, come per annunciare qualcosa di... speciale! La rilegatura, in tipo brossura, è delicata e già provata dai lunghi 32 anni di vita. Non posso piegare il ibro al centro perchè potrei rovinarlo. Svolgo velocemente le pagine verso la metà del volume: il testo è dattiloscritto, non è impaginato, non è giustificato, non ci sono corsivi.. non è l'opera di una tipografia... è un semplice dattiloscritto. Alla fine del testo ci sono molti disegni di schemi geometrici dei pavimenti cosmateschi visti dall'autrice e in fondo al volume sono aggiunte, ripiegate, come si faceva per i testi del '700, due tavole che raffigurano in dettaglio una il pavimento della chiesa dei Santi Quattro Coronati, particolarmente in grazia alla studiosa, e l'altra quello della chiesa di S. Andrea in Flumine a Ponzano Romano. Tra queste vi sono decine e decine di fotografie in banco e nero, per la maggior parte tratte dal fondo dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione.
Non mi pento di averlo acquistato, specie ripensando a quante volte ho speso gli stessi soldi in modo meno costruttivo o comunque per fare solo un paio di visite a monumenti cosmateschi. Ci voleva anche questo, era necessario e non da ultimo, sono contento di avere la quinta copia esistente in Italia di questo volume.

mercoledì 28 dicembre 2011

DIARIO DEI COSMATI: ROMA 26-27 DICEMBRE 2011

Il giorno di Santo Stefano, sono partito, insieme a mia moglie, per fare due giornate romane alla scoperta di "tesori" cosmateschi, noti e meno noti. Il grosso ormai è fatto, anche se restano alcuni luoghi "intensi" ma di difficile visita per una analisi approfondita, come le Grotte Vaticane, la Cappella Sistina, i Musei Vaticani, ecc.
Seguendo un pò le tracce indicate da Edward Hutton (1950), e da alcuni siti internet che descrivono sommariamente, o approfonditamente, le chiese di Roma, ho organizzato il mio giro in questo modo.
San Giovanni in Laterano, visita generica al Battistero e soprattutto alla Scala Santa, dove sapevo esserci un pavimento cosmatesco. Quindi, a piedi, seguendo via di Santo Stefano Rotondo, arrivare alle chiese del Celio, sia perchè mi piaceva rivederle da quando c'ero stato in agosto del 011, sia per integrare la ricerca, magari trovando qualcosa di inaspettato. E di inaspettato, intanto, abbiamo trovato la chiesa di Santo Stefano Rotondo aperta, forse proprio perchè era il giorno di Santo Stefano! Di cosmatesco, però, non ho trovato nulla, a parte l'architettura forse della facciata e del portico della chiesa. Quindi siamo arrivati, poco dopo, alla chiesa di Santa Maria in Domnica alla Navicella, per la quale avevo letto in alcuni luoghi che sul presbiterio dovevano esserci alcuni resti di pavimento cosmatesco. Invano ho cercato tali tracce, anche sotto i tappeti che non mancano mai, ma nulla. Niente di niente. A meno che qualcuno abbia inteso le piccole porzioni dei gradini dei due altari delle rispettive navate laterali, come "cosmateschi" perchè sono fatti in "opus sectile" di tarsie a losanghe giganti in bianco e nero.

La giornata era di quelle che possono definirsi tra le più belle dell'anno, con un'aria addolcita da un sole, quasi primaverile e resa frizzante dal freddo secco di dicembre. Un cielo azzurrissimo in cui svettavano i monumenti più alti di Roma. Camminare era un piacere, ma alla fine...i chilometri fatti non si calcolavano, con conseguente sfinimento fisico...Sempre nel Celio, abbiamo visitato le "Case Romane", e qui ho trovato piacevoli sorprese, di resti pavimentali in opus sectile di epoca romana e anche quelli sicuramente della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, che si trova addossata e quasi costruita sopra questi monumenti. Splendide tessere cosmatesche, ricostruite nei locali del museo, dove si conservano anche resti di transenne e plutei cosmateschi appartenuti all'arredo della chiesa medievale.

Dal Celio, siamo scesi giù, dopo aver visitato sommariamente Villa Celimontana. Costeggiando le Terme di Caracalla siamo giunti davanti alla basilica di Santa Maria in Cosmedin che però ho già visitato in agosto e quindi abbiamo proseguito per Trastevere dove abbiamo pranzato e ci siamo un pò riposati. Volevo rivedere San Benedetto in Piscinula, ma la chiesa era chiusa e riapriva alle 16,30: troppo tardi.
Da Trastevere ci siamo incamminati passando dinanzi alla sempre ciusa chiesa romanica sull'Isola Tiberina. Quindi, un pò alla volta, siamo giusti in vista di Piazza Venezia. Dopo un caffè ci siamo incamminati per Via del Corso e di fronte a Via Lata ho visitato la chiesa di San Marcello, in cui ho visto un pluteo cosmatesco. Poi siamo andati nella vicina basilica dei Santi XII Apostoli dove anche non sono riuscito a trovare i resti di pavimento cosmatesco citati da altri autori. Alle 17,00 ho considerato chiuso il giro e una passeggiata di oltre 1 km per arrivare a piazza Barberini e prendere la metro era l'ultima operazione da fare.
Il giorno seguente, il 27 dicembre, stanchi della giornata precedente, abbiamo deciso io e mia moglie di fare una sola visita: l'abbazia delle Tre Fontane, arrivandoci in auto.
Anche qui non ho trovato nulla di particolare, se non alcune tracce di arredi cosmateschi e le molto esigue tracce di pavimentazione musiva ricostruita nelle zone laterali dell'abside della chiesa di S. Maria in Scala Coeli.
Ma l'avventura non finisce qui...domani, 29 dicembre, ci aspetta Ravello e Scala con i rispettivi monumenti sacri, come il Duomo con i pulpiti cosmateschi e, se si fa in tempo, un pensierino anche al duomo di Amalfi, anzi, al chiostro del duomo di Amalfi...ma questa è un'altra storia!

lunedì 19 dicembre 2011

I Cosmati nell'arte, parte prima: Giotto

INFLUENZE COSMATESCHE NELL’ARTE PITTORICA DAL XIV AL XVI SECOLO

La bellezza estetica e spirituale che le opere cosmatesche dovettero suscitare negli animi dei giovani artisti che si formarono nel periodo immediatamente successivo ai marmorari del XII e XIII secolo, finirono per influenzare in modo determinante tutta l’arte pittorica fino a tutto il Rinascimento.

La finezza delle decorazioni minute che i maestri Cosmati e marmorari dell’Italia centro meridionale lasciarono in eredità ai loro successori, non poteva passare inosservata e non poteva non essere accolta con entusiasmo dai giovani talenti che formarono le scuole pittoriche, specie quelle del XIV secolo, quando l’arte cosmatesca lasciava un’impronta ancora troppo forte e vivida, perché ben conservata, che era davanti agli occhi di tutti.

Sebbene l’operato dei maestri Cosmati, cioè della famiglia di Lorendo di Tebaldo, possa considerarsi esaurito entro la metà del XIII secolo, la produzione di monumenti nello stesso stile, per quanto riguarda soprattutto gli arredi delle chiese e, nella fattispecie, le cappelle gotiche delle tombe dei personaggi importanti, continuò con le famiglie di marmorari successive, fino alla fine del 1200. Così, dal 1264 al 1279 troviamo all’opera Cosma II, figlio di Pietro Mellini e i figli di quest’ultimo, Iacopo III, Giovanni, Deodato, Pietro e un incerto Carlo che lavorarono fino al 1299 ad eccezione di Deodato, forse l’ultimo, che è attestato dal 1290 al 1332. E questi sono gli ultimi maestri della scuola cosmatesca i quali lasciarono il posto a quella nuova generazione di talenti che iniziavano a scrivere la storia dell’arte pittorica italiana. Il primo e più famoso tra questi è certamente Giotto di Bondone che nacque nel 1267 ed era quindi giovanissimo quando i figli di Pietro Mellini firmavano i loro lavori sul finire del 1200.

Possiamo immaginare come la sua giovane mente fosse influenzata dalle meravigliose decorazioni musive degli arredi religiosi che poi riprodusse fedelmente in molte delle sue opere, sia nella raffigurazione dei monumenti che come elementi decorativi spaziali. E’ in questo periodo, infatti, e per mano sua e dei suoi seguaci, che le rappresentazioni decorative cosmatesche sono realizzate con quel senso di totale realtà dimensionale, e di bellezza cromatica, come fosse una continuazione dell’opera dei maestri marmorari che fino ad allora avevano avuto il compito di decorare i monumenti religiosi. Sembra quasi di cogliere come uno spirito di conservazione di una bellezza artistica che di li a poco sarebbe svanita nel nulla e di cui si sarebbe potuto conservare solo un nostalgico ricordo. Così Giotto sembra intepretare l’arte musiva dei Cosmati che riproduce in modo totalmente fedele sia nei complicati patterns geometrici che nella simmetria dei colori di ciascuna tessera che li compone. Come se avesse avuto l’intenzione di non far dimenticare i dettagli di un’arte che, sebbene nell’ultimo periodo dalla sua fioritura, egli stesso aveva vissuto in prima persona. Infatti, nel 1280, durante un suo viaggio a Roma, conobbe Arnolfo di Cambio che forse lo introdusse nel cantiere di Assisi dove lavorarono anche altri artisti romani, come Jacopo Turrita e Filippo Rusuti.

In Giotto si ha forse la più significativa rappresentazione delle decorazioni cosmatesche raffigurate in modo talmente reale da far rivivere pienamente lo spirito e l’arte dei marmorari cosmati. Così egli riproduce minuziosamente i patterns geometrici formati con i quadratini, o con i triangoli, i motivi di stelle come viste nel chiostro dei Santi Quattro Coronati, e ne forma le fasce decorative perimetrali di portali, addirittura di colonne tortili, di campiture degli archi gotici di cappelle funerarie e sepolcri, trabeazioni, transenne presbiteriali, troni e addirittura in qualche caso raffigura porzioni di pavimento con motivi cosmateschi, come nella Presentazione di Cristo al Tempio dove inserisce motivi a stelle tra tessere esagonali, e un San Pietro in Trono con un pavimento di variegati motivi cosmateschi. Insomma si sente che egli è il più grande pittore che si forma sotto la diretta influenza dell’arte dei Cosmati.

Esempi di decorazioni cosmatesche nelle opere di Giotto.