venerdì 11 maggio 2012



IL PAVIMENTO COSMATESCO DELLA
CATTEDRALE DI ANAGNI

La nuova edizione appena pubblicata (maggio 2012)

Nicola Severino, ha condotto delle analisi approfondite sul luogo, scoprendo dettagli nella cripta di San Magno che hanno permesso di formulare nuove incredibili ipotesi sul pavimento stesso, ritenuto dagli studiosi uno dei pochi originali cosmateschi.
Vedi l'anteprima su http://cosmati.wordpress.com 
e su  http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=797796

Il Pavimento Cosmatesco della Cattedrale di Anagni
La storia, l'analisi, le nuove ipotesi
2° Edizione, Roccasecca 2012

Il pavimento musivo, in opus tessellatum della cattedrale di Santa Maria in Anagni è un monumento tra i più importanti al mondo nel suo genere. Esso è forse uno dei pochi, se non l'unico ad essere stato "firmato" dal maestro, Cosma, che lo fece circa l'anno 1227. Ma nella cattedrale, esiste un secondo pavimento che per certi aspetti è anche più importante del primo perchè considerato dagli esperti "largamente originale": quello della cripta di San Magno nella stessa cattedrale. Il libro si propone di dare una visione diversa rispetto alle opinioni attuali circa questo monumento che per la sfrontatezza delle ipotesi, costruite sulla base di solide osservazioni dei caratteri stilistici e di altri importanti dettagli osservati di recente dall'autore, non mancherà di sorpredere il lettore, conducendolo lontano dai luoghi comuni che da sempre sono stati come un "passaparola" tra chi si è occupato dell'argomento, senza mai indagare veramente a fondo nella ricerca di dettagli che ne sconvolgessero la storia e la stessa identità. L'autore così si esprime: "Io stesso ho avuto difficoltà nel credere alle incredibili soluzioni che si presentavano di volta in volta che mettevo insieme i dettagli osservati per ricostruire una visione complessiva, come in un puzzle scomposto. Quando non ho potuto fare a meno di dichiarare "plausibile", fino a prova contraria, la mia ipotesi principale sul pavimento della cripta di San Magno, ho dovuto chiedere un colloquio con l'attuale responsabile ai Beni Culturali del Capitolo della Cattedrale per avere un suo parere; ed egli mi ha risposto che al di là di come stanno le cose, se le ipotesi formulate sono basate su osservazioni contestualizzabili e verificabili, si deve avere la forza ed il coraggio di farle conoscere al grande pubblico. E così ho fatto, ed ora la storia del pavimento cosmatesco di Anagni, potrebbe essere definitivamente cambiata".

martedì 3 gennaio 2012

Studies on Cosmatesque Pavements

E' arrivato! Può sembrare strano che l'arrivo di un libro dagli Stati Uniti possa essere motivo di euforia, ma in questo caso la tensione nell'attesa e la gioia nel riceverlo e saperlo salvo, "arrived safely" come dicono gli inglesi, senza essersi perso nei meandri delle spedizioni dei pacchi del periodo natalizio, diventa gioco forza motivo di soddisfazione. In realtà, prima di ordinare l'unica copia usata in vendita esistente al mondo di questo introvabile Studies on Cosmatesque Pavements di Dorothy Glass, ho avuto diversi dubbi tra cui il più forte e fondato era proprio quello dell'incertezza di vederlo arrivare sano e salvo a casa in un periodo, quello delle feste natalizie, in cui è risaputo che le Poste Italiane sono messe a dura prova. Questa copia, che presenta una leggerissima ripiegatura su tutte le pagine causata da un "trauma da colpo" nello spigolo destra alto del volume, un come accade alle pagine dei quaderni dei bimbi dell'asilo che poi fanno le "orecchie" e un consunta dai 32 anni che ormai vanta di vita, l'ho acquistata al prezzo di 100 dollari americani, ma ho dovuto aggiungerci quasi la metà di spese di spedizione!
Perchè l'ho acquistato? Cosa mi ha convinto a farlo?
In realtà, ai primi di dicembre avevo già preso appuntamento con la Biblioteca di Storia dell'Arte che è a Palazzo Venezia a Roma dove si conserva una delle quattro copie di questo libro esistenti in Italia (con la mia ora fanno 5!), per visionarlo e possibilmente fotografarlo o fotocopiarlo. Insomma, a me serve leggerlo averlo a disposizione per studiarci, per confrontare le tesi, le notizie sui pavimenti cosmateschi. Poi, ripensandoci, e dopo aver preso informazioni sulle possibilità di riprodurlo ridotte al solito 15% del volume, che tra l'altro già avevo grazie alle fotocopie di una studentessa di architettura che mi aveva contattato per degli studi specifici sull'argomento, ho capito che forse avrei dovuto cercare di fare questo passo, cioè di prendere una copia originale del libro. Se avevo visitato tanti luoghi, al costo di tanti sacrifici, soldi spesi e tempo dedicato alle ricerche, allo studio e composizione dei già dieci volumi che ho prodotto sull'argomento, significava questo passo era ormai d'obbligo. Anche perchè questo libro dopo 32 anni è ancora attualmente il solo volume che tratta in modo esclusivo, specifico, dei pavimenti cosmateschi dell'Italia centrale e soprattutto quelli di Roma. Mi occorreva per tanti motivi: per avere il quadro completo delle informazioni tecniche e bibliografiche, per conoscere in dettaglio le tesi di Glass su ciascun monumento musivo, perchè è un libro citato da tutti gli studiosi fino ai nostri tempi, perchè in questi decenni è diventato il best-seller, il manuale, la bibbia dei pavimenti cosmateschi, nonostante sia solo la tesi dattiloscritta di una studentessa inglese di Storia dell'Arte, pubblicata sotto gli auspici della sua università.
Non so perchè sia toccato a me, oggi, sfatare i luoghi comuni che questo volume ha tramandato alle generazioni di studiosi successivi dell'argomento cosmatesco; non so perchè debba essere io, oggi, il solo ( o primo ) italiano a riscrivere in modo completo la storia dei pavimenti cosmateschi in Italia (di recente l'ha fatto in modo parziale e generale Paloma Pajares Ayuela nel suo Cosmatesque Ornaments... del 2002, ma è in inglese e non approfondito come dovrebbe essere), mentre Luca Creti ha trattato l'argomento (In Marmoris arte periti... 2010) solo per quanto riguarda alcuni monumenti pavimentali specifici.
Il libro di Glass è, quindi, ancora oggi un monumento unico e ancora da scoprire nei dettagli; una fonte di informazioni preziosa e introvabile.
Certo, sarei potuto andare due o tre volte a Roma, alla biblioteca predetta per farmi scansionare (le fotocopie non le fanno più) e mettere sulla pennetta il 15 % del libro ogni volta, se avessero concesso di farlo, ma mi sarebbe costato di più che comprare la mia copia! E avrei avuto solo delle sbiadite immagini da visionare solo al computer.
Perciò, adesso che posso sfogliare il mio libro cartaceo, l'originale, anche se una copia usata, ma tutto sommato, in ottimo stato, sono contento di averlo acquistato. Ci voleva. Era un traguardo obbligato. Una via della conoscenza forzatamente da percorrere a piedi e lentamente, ma con spirito di libertà e sete di conoscenza. L'ho ordinato tramite Amazon.com alla "myopicbook" americana, di cui non avevo mai sentito parlare prima. Dopo un veloce e preciso scambio di mails (in America ti rispondono dopo 5 minuti alle mails non come in Italia che nei casi fortunati accade dopo diversi giorni, mentre, per esperienza personale, da molti non ho mai avuto nemmeno risposta!), mi sono rassicurato sulla serietà del venditore, il feedback era al massimo, il sito web lasciava ben sperare...così ho fatto "click" su acquista. Il superpacco è arrivato, come previsto da Amazon, tra il 22 e il 30 dicembre esattamente la mattina del 30, con una "tassa aggiuntiva" di 10 euro sull'acquisto, dato che è arrivato tramite corriere SDA. Il paccone sembrava contenere un videoregistratore gigante, invece dentro c'era solo il libro della Glass che per quanto di 240 e passa pagine, è un volume di 3 cm di spessore e formato A4.
Chi studia con passione queste cose, può immaginare l'emozione e la gioia nell'aprire il pacco ed avere tra le mani finalmente questa preziosa opera le cui pagine, leggermente sbiancate dal tempo, odorano già di libreria antica...
La copertina di cartoncino morbido color rosso antico, come i porfidi dei pavimenti cosmateschi, ha solo il titolo in caratteri giganti, il nome dell'autrice e sotto l'edizione BAR International series 82, 1980.
Alla copertina è attaccata quasi per un quarto la seconda pagina che mostra al centro solo un angioletto che suona la tromba, come per annunciare qualcosa di... speciale! La rilegatura, in tipo brossura, è delicata e già provata dai lunghi 32 anni di vita. Non posso piegare il ibro al centro perchè potrei rovinarlo. Svolgo velocemente le pagine verso la metà del volume: il testo è dattiloscritto, non è impaginato, non è giustificato, non ci sono corsivi.. non è l'opera di una tipografia... è un semplice dattiloscritto. Alla fine del testo ci sono molti disegni di schemi geometrici dei pavimenti cosmateschi visti dall'autrice e in fondo al volume sono aggiunte, ripiegate, come si faceva per i testi del '700, due tavole che raffigurano in dettaglio una il pavimento della chiesa dei Santi Quattro Coronati, particolarmente in grazia alla studiosa, e l'altra quello della chiesa di S. Andrea in Flumine a Ponzano Romano. Tra queste vi sono decine e decine di fotografie in banco e nero, per la maggior parte tratte dal fondo dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione.
Non mi pento di averlo acquistato, specie ripensando a quante volte ho speso gli stessi soldi in modo meno costruttivo o comunque per fare solo un paio di visite a monumenti cosmateschi. Ci voleva anche questo, era necessario e non da ultimo, sono contento di avere la quinta copia esistente in Italia di questo volume.

mercoledì 28 dicembre 2011

DIARIO DEI COSMATI: ROMA 26-27 DICEMBRE 2011

Il giorno di Santo Stefano, sono partito, insieme a mia moglie, per fare due giornate romane alla scoperta di "tesori" cosmateschi, noti e meno noti. Il grosso ormai è fatto, anche se restano alcuni luoghi "intensi" ma di difficile visita per una analisi approfondita, come le Grotte Vaticane, la Cappella Sistina, i Musei Vaticani, ecc.
Seguendo un pò le tracce indicate da Edward Hutton (1950), e da alcuni siti internet che descrivono sommariamente, o approfonditamente, le chiese di Roma, ho organizzato il mio giro in questo modo.
San Giovanni in Laterano, visita generica al Battistero e soprattutto alla Scala Santa, dove sapevo esserci un pavimento cosmatesco. Quindi, a piedi, seguendo via di Santo Stefano Rotondo, arrivare alle chiese del Celio, sia perchè mi piaceva rivederle da quando c'ero stato in agosto del 011, sia per integrare la ricerca, magari trovando qualcosa di inaspettato. E di inaspettato, intanto, abbiamo trovato la chiesa di Santo Stefano Rotondo aperta, forse proprio perchè era il giorno di Santo Stefano! Di cosmatesco, però, non ho trovato nulla, a parte l'architettura forse della facciata e del portico della chiesa. Quindi siamo arrivati, poco dopo, alla chiesa di Santa Maria in Domnica alla Navicella, per la quale avevo letto in alcuni luoghi che sul presbiterio dovevano esserci alcuni resti di pavimento cosmatesco. Invano ho cercato tali tracce, anche sotto i tappeti che non mancano mai, ma nulla. Niente di niente. A meno che qualcuno abbia inteso le piccole porzioni dei gradini dei due altari delle rispettive navate laterali, come "cosmateschi" perchè sono fatti in "opus sectile" di tarsie a losanghe giganti in bianco e nero.

La giornata era di quelle che possono definirsi tra le più belle dell'anno, con un'aria addolcita da un sole, quasi primaverile e resa frizzante dal freddo secco di dicembre. Un cielo azzurrissimo in cui svettavano i monumenti più alti di Roma. Camminare era un piacere, ma alla fine...i chilometri fatti non si calcolavano, con conseguente sfinimento fisico...Sempre nel Celio, abbiamo visitato le "Case Romane", e qui ho trovato piacevoli sorprese, di resti pavimentali in opus sectile di epoca romana e anche quelli sicuramente della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, che si trova addossata e quasi costruita sopra questi monumenti. Splendide tessere cosmatesche, ricostruite nei locali del museo, dove si conservano anche resti di transenne e plutei cosmateschi appartenuti all'arredo della chiesa medievale.

Dal Celio, siamo scesi giù, dopo aver visitato sommariamente Villa Celimontana. Costeggiando le Terme di Caracalla siamo giunti davanti alla basilica di Santa Maria in Cosmedin che però ho già visitato in agosto e quindi abbiamo proseguito per Trastevere dove abbiamo pranzato e ci siamo un pò riposati. Volevo rivedere San Benedetto in Piscinula, ma la chiesa era chiusa e riapriva alle 16,30: troppo tardi.
Da Trastevere ci siamo incamminati passando dinanzi alla sempre ciusa chiesa romanica sull'Isola Tiberina. Quindi, un pò alla volta, siamo giusti in vista di Piazza Venezia. Dopo un caffè ci siamo incamminati per Via del Corso e di fronte a Via Lata ho visitato la chiesa di San Marcello, in cui ho visto un pluteo cosmatesco. Poi siamo andati nella vicina basilica dei Santi XII Apostoli dove anche non sono riuscito a trovare i resti di pavimento cosmatesco citati da altri autori. Alle 17,00 ho considerato chiuso il giro e una passeggiata di oltre 1 km per arrivare a piazza Barberini e prendere la metro era l'ultima operazione da fare.
Il giorno seguente, il 27 dicembre, stanchi della giornata precedente, abbiamo deciso io e mia moglie di fare una sola visita: l'abbazia delle Tre Fontane, arrivandoci in auto.
Anche qui non ho trovato nulla di particolare, se non alcune tracce di arredi cosmateschi e le molto esigue tracce di pavimentazione musiva ricostruita nelle zone laterali dell'abside della chiesa di S. Maria in Scala Coeli.
Ma l'avventura non finisce qui...domani, 29 dicembre, ci aspetta Ravello e Scala con i rispettivi monumenti sacri, come il Duomo con i pulpiti cosmateschi e, se si fa in tempo, un pensierino anche al duomo di Amalfi, anzi, al chiostro del duomo di Amalfi...ma questa è un'altra storia!

lunedì 19 dicembre 2011

I Cosmati nell'arte, parte prima: Giotto

INFLUENZE COSMATESCHE NELL’ARTE PITTORICA DAL XIV AL XVI SECOLO

La bellezza estetica e spirituale che le opere cosmatesche dovettero suscitare negli animi dei giovani artisti che si formarono nel periodo immediatamente successivo ai marmorari del XII e XIII secolo, finirono per influenzare in modo determinante tutta l’arte pittorica fino a tutto il Rinascimento.

La finezza delle decorazioni minute che i maestri Cosmati e marmorari dell’Italia centro meridionale lasciarono in eredità ai loro successori, non poteva passare inosservata e non poteva non essere accolta con entusiasmo dai giovani talenti che formarono le scuole pittoriche, specie quelle del XIV secolo, quando l’arte cosmatesca lasciava un’impronta ancora troppo forte e vivida, perché ben conservata, che era davanti agli occhi di tutti.

Sebbene l’operato dei maestri Cosmati, cioè della famiglia di Lorendo di Tebaldo, possa considerarsi esaurito entro la metà del XIII secolo, la produzione di monumenti nello stesso stile, per quanto riguarda soprattutto gli arredi delle chiese e, nella fattispecie, le cappelle gotiche delle tombe dei personaggi importanti, continuò con le famiglie di marmorari successive, fino alla fine del 1200. Così, dal 1264 al 1279 troviamo all’opera Cosma II, figlio di Pietro Mellini e i figli di quest’ultimo, Iacopo III, Giovanni, Deodato, Pietro e un incerto Carlo che lavorarono fino al 1299 ad eccezione di Deodato, forse l’ultimo, che è attestato dal 1290 al 1332. E questi sono gli ultimi maestri della scuola cosmatesca i quali lasciarono il posto a quella nuova generazione di talenti che iniziavano a scrivere la storia dell’arte pittorica italiana. Il primo e più famoso tra questi è certamente Giotto di Bondone che nacque nel 1267 ed era quindi giovanissimo quando i figli di Pietro Mellini firmavano i loro lavori sul finire del 1200.

Possiamo immaginare come la sua giovane mente fosse influenzata dalle meravigliose decorazioni musive degli arredi religiosi che poi riprodusse fedelmente in molte delle sue opere, sia nella raffigurazione dei monumenti che come elementi decorativi spaziali. E’ in questo periodo, infatti, e per mano sua e dei suoi seguaci, che le rappresentazioni decorative cosmatesche sono realizzate con quel senso di totale realtà dimensionale, e di bellezza cromatica, come fosse una continuazione dell’opera dei maestri marmorari che fino ad allora avevano avuto il compito di decorare i monumenti religiosi. Sembra quasi di cogliere come uno spirito di conservazione di una bellezza artistica che di li a poco sarebbe svanita nel nulla e di cui si sarebbe potuto conservare solo un nostalgico ricordo. Così Giotto sembra intepretare l’arte musiva dei Cosmati che riproduce in modo totalmente fedele sia nei complicati patterns geometrici che nella simmetria dei colori di ciascuna tessera che li compone. Come se avesse avuto l’intenzione di non far dimenticare i dettagli di un’arte che, sebbene nell’ultimo periodo dalla sua fioritura, egli stesso aveva vissuto in prima persona. Infatti, nel 1280, durante un suo viaggio a Roma, conobbe Arnolfo di Cambio che forse lo introdusse nel cantiere di Assisi dove lavorarono anche altri artisti romani, come Jacopo Turrita e Filippo Rusuti.

In Giotto si ha forse la più significativa rappresentazione delle decorazioni cosmatesche raffigurate in modo talmente reale da far rivivere pienamente lo spirito e l’arte dei marmorari cosmati. Così egli riproduce minuziosamente i patterns geometrici formati con i quadratini, o con i triangoli, i motivi di stelle come viste nel chiostro dei Santi Quattro Coronati, e ne forma le fasce decorative perimetrali di portali, addirittura di colonne tortili, di campiture degli archi gotici di cappelle funerarie e sepolcri, trabeazioni, transenne presbiteriali, troni e addirittura in qualche caso raffigura porzioni di pavimento con motivi cosmateschi, come nella Presentazione di Cristo al Tempio dove inserisce motivi a stelle tra tessere esagonali, e un San Pietro in Trono con un pavimento di variegati motivi cosmateschi. Insomma si sente che egli è il più grande pittore che si forma sotto la diretta influenza dell’arte dei Cosmati.

Esempi di decorazioni cosmatesche nelle opere di Giotto.












venerdì 25 novembre 2011

Il pavimento cosmatesco del Duomo di Salerno

Il nuovo libro di Nicola Severino


Alla luce di nuove ipotesi storiche ed analisi stilistiche.

Il pavimento cosmatesco del Duomo di Salerno è un monumento complesso, integrato nello spettacolare arredo liturgico musivo dei pulpiti e delle tribune. Esso però ha destato l'attenzione di pochi studiosi fino ad oggi, tra cui si evidenziano i nomi di Arturo Carucci per gli arredi e Antonio Braca per il pavimento. Mancava ancora una analisi approfondita del pavimento dal punto di vista "cosmatesco" che, integrata alle fondamentali notizie storiche prodotte dagli autori precedenti, è quanto viene illustrato in questo volume dall'autore, alla luce di nuove interessanti ipotesi sulla cronologia, l'assetto, la tipologia, lo stato conservativo e le caratteristiche di "pavimento cosmatesco". Le sorprese non mancano e lo studio correrà il rischio di sorprendere anche gli studiosi, oltre che i lettori curiosi.
Vedi l'anteprima su:

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=664809

venerdì 18 novembre 2011

DIARIO COSMATESCO


DIARIO COSMATESCO

Ovvero biografia delle mie ricerche sull’arte cosmatesca

Ferentino. Cattedrale. Serie di guilloche cosmatesche (foto N. Severino)

Nel 2009 iniziai un “itinerario fotografico” degli affreschi medievali più importanti, cercando di prediligere quelli meno conosciuti, che si trovano sul territorio della media e bassa Ciociaria. Avevo escluso gli affreschi di Anagni, per esempio, non solo perché i più rinomati, ma anche per la notevole distanza da Cassino che avevo scelto come centro di un ipotetico cerchio dal raggio geografico limitato al basso Lazio.

Un giorno, giunto nella piccola chiesetta di Santa Maria Maggiore, nella vallata di Sant’Elia Fiumerapido, mi trovai dinanzi ad un meraviglioso ciclo di affreschi votivi e ad un raro esempio di altare dipinto attorno al quale si estendeva una modesta ma significativa porzione di un pavimento costituito da tessere marmoree colorate e disposte a formare dei bizzarri motivi geometrici. Il libro di Giulia Orofino, Affreschi in Val Comino e nel Cassinate, che fino ad allora avevo preso come “palinsesto” del mio itinerario, descrivendo tali opere definiva il pavimento “cosmatesco”. Era la prima volta che leggevo quel termine e mi catturò subito. Dopo pochi giorni la parola continuava a ronzare nella mia testa e volevo saperne di più, ma scoprii che i riferimenti letterari sull’argomento erano di difficilissimo reperimento. Per fortuna, lo stesso libro di Orofino conteneva un esauriente capitolo sull’argomento, curato da Michela Cigola. Scoprii così, ancora una volta, che la storia di quei monumenti musivi iniziava da Montecassino, da quell’abbazia che vedo e saluto ogni giorno andando al lavoro a Cassino. Quelle mura tante volte ricostruite che dall’alto del suo monte sovrasta la vallata del Liri contrastando e superando la nebbia e le nuvole.

Come sempre accade in questi casi, ci deve essere qualcuno, un amico, un collaboratore, una persona casuale, che ti spiana la strada e ti apre le porte alla ricerca. Questa persona è subentrata casualmente, ma come per destino, in questa storia a causa dei suoi rapporti di lavoro con il mio ufficio, scoprendo insieme la comune passione per la gnomonica e per i pavimenti cosmateschi.

Arturo Gallozzi, ingegnere, professore all’Università di Cassino e collaboratore della prof.ssa Michela Cigola, un giorno venne a trovarmi, portandomi, su mia richiesta, qualche carta che potesse aiutarmi a saperne di più sull’argomento dei Cosmati. Si trattava di un malloppo di almeno due chilogrammi di carta che comprendeva note personali scritte da lui stesso, articoli ed estratti da libri e riviste, tra cui l’importantissima ed introvabile catalogazione dei pattern cosmateschi fatta da Piazzesi e Mancini nel 1950!

Devo dire che senza questo straordinario contributo non so se avrei potuto affrontare le ricerche e gli scritti che ne sono derivati con la completezza di informazioni dovuta ad una così importante mole di documenti.

Oltre all’aiuto ricevuto da Gallozzi, con il quale ho poi intrattenuto sempre un reciproco scambio di opinioni in merito, di confronti e suggerimenti che mi hanno notevolmente arricchito culturalmente, la possibilità di trovare una buona parte di documentazione digitale in internet è stata un’altra fortunata occasione, direi provvidenziale. Attraverso il web ho potuto consultare alcune principali opere, come quelle di Camillo Boito, di G.Battista De Rossi, di Gustavo Giovannoni, di Clausse, Mathiae, oltre che numerosi articoli di valenti studiosi e voci enciclopediche.

Un’altra fase di queste ricerche documentali l’ho svolta nella Biblioteca Monumento Nazionale dell’Abbazia di Montecassino, dove sono di casa almeno dal 1990. Nonostante non abbia trovato l’opera più specifica di Dorothy Glass, Studies on Cosmatesque pavements, la cui assenza mi ha tormentato fino al luglio del 2011, quando ne ho potuto avere una parte da una giovane collaboratrice laureanda in architettura, nella biblioteca benedettina ho potuto consultare le fondamentali opere di Emile Bertaux, con gli aggiornamenti di Anna Carotti per le zone geografiche di mio interesse; il famoso libro The Cosmati, di Hutton, il volume sui marmorari romani di Bessone-Aureli, importanti articoli che si trovano in riviste specializzate come la Benedictina, Napoli Nobilissima, il Bollettino d’Arte, ecc., nonché la grande Enciclopedia della Storia dell’Arte Medievale.

Per gli aggiornamenti e gli approfondimenti di alcuni particolari capitoli di questa cultura a me sconosciuta fino all’estate del 2010, mi sono avvalso della fondamentale opera dell’architetto Luca Creti, In Marmoris Arte Periti: la bottega cosmatesca di Lorenzo tra il XII e il XIII secolo, pubblicata nel 2010; di un suo volumetto uscito otto anni prima, nel 2002, dal titolo I Cosmati a Roma e nel Lazio, che può definirsi una introduzione al libro principale, e il libretto di Enrico Bassan Itinerari Cosmateschi: Lazio e dintorni, pubblicato nel 2006.

Con questa piccola biblioteca alla mano, iniziai la mia avventura cosmatesca, alla scoperta dei monumenti noti e meno noti.

Essendo di origini campane, più precisamente nativo di Sparanise, un piccolo borgo agricolo in piena terra di lavoro, senza una storia medievale importante e monumenti normanni, a 24 chilometri a nord di Caserta e a quindici dalle rive del Tirreno presso Mondragone, rimasi perlomeno stupefatto nell’apprendere che intorno al mio paese vi erano giunti, alla ricerca degli stessi monumenti che ora interessavano me, personaggi come Bertaux ed altri studiosi.

Teano, Sessa Aurunca, Carinola, Calvi Risorta, Capua, Aversa, Caserta Vecchia…tutti paesi che per me avevano rappresentato fino ad allora solo dei confini geografici con la mia realtà quotidiana di cittadino sparanisano, all’oscuro delle bellezze storico-artistiche che avevo a due passi, divennero ad un tratto l’irresistibile meta delle mie nuove ricerche e la personale rivincita culturale sull’ignoranza cui ero stato abituato da piccolo in un ambiente ostile ai libri e alla cultura. Mi resi subito conto che le opere cosmatesche esistenti sul territorio dell’alta Campania erano state appena citate da Bertaux e Anna Carotti, mentre mancava uno studio analitico approfondito dei singoli monumenti, specialmente per quanto riguarda un censimento completo e uno studio comparativo delle opere campane con quelle del basso Lazio ed i possibili rapporti tra i marmorari meridionali e laziali.

Alla fine di agosto del 2010, iniziai il mio tour alla ricerca delle opere cosmateche nel basso Lazio e nell’alta Campania. I risultati sono stati raccolti nei cinque volumi fondamentali che ho pubblicato di recente aprendo una “Collana di Arte Cosmatesca”:

1) La cattedrale di Ferentino, in cui esamino uno dei più importanti pavimenti cosmateschi pervenutici ed attribuito con fonti documentali storiche accertate al maestro Iacopo di Lorenzo. Insieme al litostrato ho dato uno sguardo anche all’importante arredo liturgico costituito soprattutto dal notevole ciborio firmato da Drudo De Trivio;

2 La cattedrale di Anagni, in cui esamino gli altri due pavimenti, quello della basilica superiore e quello della cripta di San magno, firmato da Cosma e Luca, figli di Iacopo, che insieme a quello di Ferentino costituiscono, a mio sapere, i tre pavimenti cosmateschi più importanti del mondo in quanto sono gli unici ad essere attribuiti con certezza, uno documentale, l’altro grazie alle firme incise sul gradino della cripta, ai maestri Cosmati. E sono forse tra i pochi pavimenti ad essere arrivati a noi sostanzialmente nella struttura ed organicità del disegno unitario come fu concepito in origine dai maestri marmorari romani. La gran parte dei pavimenti di Roma e del Lazio, infatti, sono stati tutti smantellati e ricostruiti in modo arbitrario, sconvolgendo e destrutturando in modo definitivo l’originario disegno comatesco; insieme al pavimento, esamino anche i numerosi reperti che fanno del Museo Lapidario della cattedrale uno dei più ricchi al mondo di reperti architettonici e di arredi liturgici medievali.

3) Il pavimento cosmatesco della chiesa di San Pietro in Vineis ad Anagni. Questo è una mia scoperta, nel senso che essendo il pavimento quasi completamente sconosciuto alla letteratura cosmatesca antica e moderna, non solo l’ho riesaminato sulla base dei reperti oggi visibili, ma ho tentato una ricostruzione cronologica, una analisi stilistica che grazie al confronto con i vicini pavimenti della cattedrale, mi ha permesso di stabilire una accertata attribuzione alla bottega di Lorenzo;

4) Le Luminarie della fede: itinerari cosmateschi nell’alta Campania. In questo volume ho descritto e analizzato tutti i reperti che ho trovato nei luoghi citati in precedenza, scoprendo molte cose interessanti;

5) Le luminarie della fede: itinerari cosmateschi nel basso Lazio. Il proseguimento del volume precedente riguarda il censimento e descrizione delle opere che ho trovato sul territorio del basso Lazio ed anche qui le sorprese non sono certo mancate;

6) Il pavimento precosmatesco della Basilica di Montecassino. In realtà questo volume, che copre in formato A4 oltre 250 pagine, è uno dei primi che ho scritto essendo partito dallo studio del pavimento della chiesa abbaziale di Montecassino per cercare di capire di suoi derivati che ho poi visto nelle regioni limitrofe. Il volume è in attesa di pubblicazione da parte dell’Abbazia di Montecassino.

7) I pavimenti precosmateschi dell’Abbazia di San Vincenzo al Volturno. Questo studio specifico potrebbe essere compreso nel volume su Montecassino o pubblicato a parte;

8) Pisa Cosmatesca. Uno studio analitico dei pavimenti che si trovano nel Duomo e nel Battistero di Pisa;

9) Il pavimento cosmatesco del Duomo di Salerno. E’ l’ultimo mio lavoro, alla data di oggi, 18 novembre 2011.

Su quest’ultimo c’è da dire che non sono molti gli studi dedicati al monumento musivo salernitano. Tutti hanno trattato più o meno in dettaglio dei mosaici degli arredi, ma pochi hanno speso qualche parola per il notevole pavimento cosmatesco. Lo stesso Bertaux sembra non averne fatto alcun cenno, nonostante abbia dedicato molto spazio invece agli arredi del Duomo. Arturo Carucci e soprattutto Antonio Braca hanno colmato il vuoto lasciato fino a pochi anni fa, ma entrambi non hanno fatto una analisi specifica dal punto di vista dell’arte cosmatesca, attenendosi principalmente alla ricostruzione di una cronologia storica e di possibili ipotesi circa l’iconografia e l’iconologia del litostrato musivo. Mancava una analisi specifica che mettesse a confronto i singoli dettagli del pavimento con le lunghe e diverse vicende storiche a cui esso è legato e con gli altri pavimenti coevi. Tutto ciò, basando le mie ipotesi alla luce dell’esperienza acquisita nel corso delle numerose analisi dei pavimenti esistenti nelle più importanti chiese di Roma, del Lazio meridionale e dell’alta Campania.

Dal 9 al 13 luglio del 2011, ho impegnato cinque dei miei giorni di vacanze estive per visitare 28 chiese romane ed i suoi relativi monumenti cosmateschi. La grande mole di dati fotografici raccolta sarò l’oggetto del mio nuovo lavoro di analisi sui pavimenti cosmateschi di Roma per sfatare leggende e raccontare una realtà che non sempre è stata intesa come tale.


Minturno. Duomo di San Pietro, Pulpito (foto N. Severino)


giovedì 17 novembre 2011

Componenti romane e meridionali nei lavori cosmateschi: riflessioni.

Componenti romane e meridionali nei lavori cosmateschi: riflessioni.

Negli anni 2010 e 2011 ho effettuato diversi viaggi nel Lazio e in Campania alla ricerca dei monumenti dell’arte cosmatesca. Ne ho trovati tanti, conosciuti e meno conosciuti. Ne ho studiato la storia, lo stile, la tipologia e li ho confrontati tra loro e con quelli prodotti da diverse maestranze di marmorari. In questo lungo itinerario cosmatesco ho visto la graduale differenza tra gli stili delle varie opere, assaporando lentamente il passaggio tra le relative componenti stilistiche di maggiore spicco, come quella romana, e quella più trasgressiva, bizzarra, libertina, degli artisti dell’Italia meridionale. In una certa area geografica, posso dire di aver avuto modo di osservare anche una sorta di fusione tra le due culture, probabile segno della necessità, o della volontà dei singoli artisti di travalicare il proprio confine artistico e culturale; oppure di eseguire semplicemente dei lavori ordinati da importanti committenti, magari con la libertà di fondere il proprio linguaggio artistico con quello di diversa provenienza, ed eventualmente assorbirne gli elementi essenziali.

Nei lavori in cui si cercano le radici delle componenti stilistiche dei marmorari medievali, inevitabilmente si riconduce il discorso alle origini del mosaico pavimentale, ricordando che i Romani erano grandi estimatori dei pavimenti marmorei in tutti gli stili musivi, dall’opus alexandrinum, all’opus sectile. E che i Bizantini furono i grandi eredi di quella cultura che fusero con le loro tradizioni cristiane, tramandando l’arte del mosaico all’occidente cristiano per il tramite della scuola istituita dall’abate Desiderio nel 1071, dopo la consacrazione della chiesa dell’abbazia di Montecassino.

La riflessione che vorrei fare in queste pagine, invece, riguarda solo il periodo che produsse l’arte del pavimento musivo dopo la scuola bizantina di Montecassino e le possibili influenze che i suoi discepoli, romani, laziali e meridionali, ebbero a scambiarsi nel corso di tutto il XII secolo.

In particolare, vorrei qui tentare di rispondere ad una domanda ben precisa: se è dimostrato dai monumenti che in alcuni luoghi del lazio meridionale, e probabilmente anche nella stessa Roma, come anche in alcune chiese importanti della Campania, e in Sicilia, si riscontrano tracce, a volte deboli a volte significative, di questo scambio culturale, di quella fusione di componenti stilistiche romane e meridionali, sì che appaiono evidenti se non interventi diretti dei marmorari romani, di certo quello di allievi delle loro botteghe, insieme a quelli di maestranze siculo-campane, quale fu la causa di quella che sembra una brusca interruzione di questo interscambio artistico a partire certamente dal 1200 in poi?

Cattedrale di Terracina. Forti componente stilistica meridionale nel pavimento

Cattedrale di Terracina. Forte componente stilistica romana nel pavimento

Prima di rispondere, tento di cercare almeno alcune testimonianze che possano giustificare la formulazione dell’ipotesi che sta alla base della domanda: cioè dove sono riscontrabili le tracce che testimoniano in modo abbastanza certo una fusione degli stilemi e collaborazioni tra le scuole romane e meridionali.

Tra gli esempi più significativi che mi vengono in mente, ricordo:

- il pavimento della cattedrale di Terracina, dove ho riscontrato chiare tracce dell’arte cosmatesca vera e propria, da me attribuite alla bottega di Lorenzo, che convivono pacificamente con innumerevoli componenti delle scuole meridionali, in particolar modo quelle campane;

- il pulpito del duomo di Fondi, realizzato da un marmoraro romano e le poche tracce del pavimento precosmatesco del battistero del duomo;

- il campanile e il pavimento cosmatesco recentemente ritrovato nel duomo di Gaeta, il primo realizzato da Nicola d’Angelo, il secondo attribuibile ancora alla bottega di Lorenzo, probabilmente a Iacopo;

- il duomo di Segni dove collaborarono non solo i Cosmati Lorenzo e Iacopo insieme ai Vassalletto, ma anche maestranze campane, come testimoniano i plutei oggi conservati nella cappella di San Bruno;

- il portale dell’abbazia cistercense di Fossanova, che testimonia probabilmente forse una delle ultime “incursioni” di artisti marmorari romani nel basso Lazio;

- il pavimento della chiesa di San Menna a Sant’Agata dei Goti dove si osservano cospicue tracce di chiara scuola cosmatesca laurenziana;

- il pavimento del duomo di Salerno che è forse il caso più interessante che assorbe le influenze di ben tre distinte scuole musive: quella cassinese e quella siculo-campana che sono le componenti più forti e ampi tratti di quella romana.

Se si esclude il portale dell’abbazia di Fossanova, realizzato nel 1200, il resto delle opere summenzionate furono tutte realizzate tra il 1130 e il 1185. Come si vede chiaramente il breve elenco precedente non contempla casi che possano testimoniare una significativa fusione tra gli stilemi romani e meridionali riferibili ad una data posteriore al 1185: come mai?

Perché a partire da questa data risulta quasi impossibile trovare dei riferimenti che testimoniano quello che invece dovette essere, nei decenni precedenti, un intenso scambio di arte e cultura tra gli artisti romani e meridionali?


Sant’Agata dei Goti. Chiesa di San Menna. Tracce stilistiche campane (sopra) e romane ( in basso).

Una traccia storica significativa che possa iniziare a illuminarci su una risposta a questa domanda è quella che ci indica un evento della storia del meridione normanno talmente importante da aver potuto influenzare negativamente il felice interscambio culturale.

Come si sa, le opere precosmatesche furono realizzate a Roma e nel Lazio principalmente sotto il papato di Pasquale II e l’influenza delle potenti committenze religiose governavano pienamente le scelte delle botteghe marmorarie romane. Infatti, la più significativa collaborazione tra un papa e una bottega di marmorari a Roma, è testimoniata storicamente dalle committenze di Papa Innocenzo III e i Cosmati Iacopo e figli. Chiunque era nemico del Papa, era simbolicamente nemico anche dei marmorari romani che appoggiavano pienamente il pontefice artisticamente e politicamente.

Se ciò è vero, allora l’avvenimento della morte dell’imperatore Guglielmo II di Sicilia, avvenuta nel 1186 deve considerarsi un evento che può aver influito in modo fortemente negativo sui rapporti di interscambio culturale tra le scuole romane e meridionali. Infatti alla morte Guglielmo II, il vescovo Gualtiero si oppose al Papa, schierandosi a favore della candidature a re di Enrico VI con sua moglie Costanza d’Altavilla, mentre il Cancelliere reale si alleò con il Papa e sostenne Tancredi che divenne re dal 1190 al 1194.

Questi eventi potrebbero aver influito negativamente sulle possibilità che i marmorari romani potessero avere delle committenze nell’Italia meridionale e continuare così quello scambio di influenze che era alla base dell’assorbimento da una parte e dall’altra di quelle componenti stilistiche romane e siculo-arabe che fino ad allora avevano prodotto monumenti grandiosi dell’arte, come le decorazioni della Cappella Palatina a Palermo, o il pavimento del duomo di Salerno, e via dicendo.

A causa dei contrasti tra il Papa e il vescovo Gualtiero, i monumenti musivi saranno realizzati a partire dal 1186 a Roma, come nel Lazio dalle maestranze laziali, attenendosi rigidamente alla tradizione classica romana, eludendo totalmente ogni forma stilistica estranea di influenza meridionale.